L’emigrazione pugliese nel mondo
[ Pubblicato Venerdì, 13 Agosto 2004 - 14:17 ]
La vita americana (racconto di Rosa Dattoma classe 2^ A - S.M.S. F.d’Assisi - Modugno) pubblicato sul "Cardo d'Oro" Vol. II anno 2004, edito da "Colonia Modugnese" Toronto - Canada.
Modugno, 1975.
Eccomi qui. Sono come ogni giorno, nella mia calda casa, sulla mia sedia a dondolo, che guardo fuori della finestra. Eh… quante comodità ci sono rispetto ad una sessantina d'anni fa, e quanto benessere!
Mi presento. Io sono Giuseppe Rana, un vecchietto d'ottantadue anni, con la sua grande famiglia, e che ha alle spalle la sua “bella” storia.
- Era il 1909 a Modugno.
Beh, ovunque ti voltavi vedevi povertà. Non erano bei periodi quelli! Ma oramai tutti ci avevano fatto l’abitudine. Io no: eravamo in queste condizioni da quando nacqui e lo eravamo ancora. Non avevo né previsto di essere un po’ più ricco né avevo mai provato a diventarlo, quindi la mia vita mi stava bene. Solo allora, quando ebbi sedici anni, capii che non si poteva vivere in quelle condizioni. I bambini e gli adulti erano smagriti dalla fame e dalla sete; gli uomini lavoravano dalla mattina alla seta per niente e le donne non avevano tempo per pensare a se stesse, perché dovevano dedicarsi alla casa, ai bambini, ai famigliari. Per vivere dignitosamente bisognava guadagnare molto di più di quello che portava a casa mio padre. Ma qui, a quei tempi, era impossibile. Non c’erano posti di lavoro e le donne non potevano lavorare.
Se prima, quando ero piccolo la mia vita mi stava bene, a sedici anni no. Sentii che un amico di famiglia era andato in America con la moglie e i figli, per trovare un lavoro.
Allora anch’io decisi di partire. Mi informai sul costo del biglietto della nave. Era un po’ alto ma, vendendo qualche cosa, riuscii a trovare il necessario. Vendetti le mie uniche due collanine d’oro e un bracciale. Trovai così anche i soldi per la mia sosta a New York.
Parlai del mio progetto con i miei genitori, e all’inizio dubitarono un po’. Erano consapevoli del fatto che loro non potevano muoversi di casa per le loro malattie, ma, per guadagnare qualcosa, decisero che potevo partire.
Iniziai a prepararmi. La partenza era prevista per giorno 24 luglio. Misi nella valigia di cartone lo stretto indispensabile: due paia di pantaloni, un maglione, roba intima, due maglie e, cosa più importante, una foto della mia famiglia. Ero molto triste di lasciarli ma molto felice di andare dove tutti sognavano di vivere. Raccolsi tutti i miei risparmi e finalmente il 24 luglio partii.
Dovetti prendere il treno per arrivare a Napoli, e da lì salpai con la nave verso gli Stati Uniti.
La mia famiglia mi accompagnò fino alla stazione. Li lasciavo per rivederli - chissà - un giorno.
Il viaggio in treno non fu niente male ma, quando presi il bastimento, mi venne voglia di tornare a casa. Eravamo a migliaia, nelle stive malsane, dove non si respirava, e non potevi muoverti di un centimetro. Bambini che piangevano di là, donne che svenivano di qua. Una vera tragedia!
Una tempesta ci costrinse a fermarci in mezzo all’oceano Atlantico, per ben quattro giorni. Il bastimento era sbattuto da una parte all’altra con il rischio di affondare. Eravamo tutti in pericolo, ma per fortuna la “catapecchia” resistette,
e potemmo proseguire il viaggio. Ma eravamo in ritardo di ben una settimana.
Una mattina mi svegliai e vidi dall’oblò un’ombra in lontananza. A mano a mano che ci avvicinavamo, prendeva sempre più forma, fino a diventare una grossa statua, con in una mano un libro, e nell’altra una fiaccola. Mai vista una cosa così grande! Ad un certo punto si sentii un urlo:
- La statua della Libertà! La statua della Libertà! Siamo in America!
Tutti gridavano dalla gioia, e si alzavano per uscire da quel porcile e andare in America.
Appena attraccato il bastimento, scesi a terra e mi accorsi che ero su un isolotto, di fronte alla costa di New York. Davanti a me c’era un grande edificio. Vi entrai e vidi migliaia di persone che aspettavano qualcosa. Erano tantissimi, tutti di nazionalità diverse: europei, asiatici, africani.
Chiesi ad una guardia cosa ci facevano tutti lì e come si chiamava l’isola (non fu facile; dovetti ripeterlo almeno cinque volte, sempre più lentamente, tentando di farmi capire con i gesti ). E la guardia mi rispose che dovevamo subire tutti una visita medica (almeno questo capii) e che eravamo su Ellis Island.
C’erano medici ovunque che ti osservavano, senza farsi vedere, già da quando entravi, e scrivevano su cartelline, senza mai staccarti lo sguardo di dosso.
Rimasi lì per due settimane, finché un giorno mi chiamarono per fare la visita. Feci una fila lunghissima, e dopo qualche ora entrai nell’ambulatorio dove stetti solo due minuti.
Per fortuna mi andò bene. Ma purtroppo molti, per colpa di una piccola ferita, segni di stanchezza, semplici supposizioni di menomazioni al cervello, raffreddori, o qualsiasi altra piccola sciocchezza non ce l’hanno fatta e sono stati divisi dalla famiglia e riportati nella propria terra. Dopo questi avvenimenti, alcune persone, non pensavano più che l’America fosse tanto bella. Infatti, al nostro arrivo, tutti ci consideravano sporchi, rozzi, dei delinquenti, e chi più ne ha più ne metta!
Andai subito a cercare lavoro. Dopo una giornata di giri tra aziende e fabbriche, trovai posto in una miniera di carbone, dove avrei pure abitato (naturalmente non nella miniera, ma in una baracca accanto al cantiere). Ormai la mia vita lì era sistemata.
Il primo giorno di lavoro, andò bene, come anche il mio primo giorno di vita nella baracca. Nella nuova casa, c’erano uomini e ragazzi di tutte le nazioni, soprattutto polacchi. Ero il più piccolo del gruppo, e venivo trattato molto bene: il letto più comodo, avevo una porzione più grande di minestra (che ci cucinavamo, in un forno costruito da noi nella pietra)...
E, finalmente, ogni fine mese, mi davano lo stipendio. In dollari non era un granché, ma se spedito in Italia, come io facevo, valeva molte lire.
E così fu per quasi tre anni, finché la mia famiglia non si arricchì, ma non esageratamente. E nel 1913 tornai a Modugno.
Purtroppo tutto era come alla partenza, ma non importava molto. Mi bastava aver realizzato il sogno mio, e della mia famiglia.


