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Grammatica

Cenni di Grammatica: "L’importanza della vocale “e” nel dialetto barese"

[ Pubblicato Sabato, 28 Gennaio 2006 - 10:50 ]

Bari - Per facilitare la lettura del dialetto barese abbiamo adottato il modello di scrittura dell’autorevole volume «Il Dialetto di Bari» (grammatica-scrittura-lettura) di Alfredo Giovine a cura di Felice Giovine e «La lèngua noste» (manuale pratico della lingua barese) di Gigi De Santis, che consenta a tutti di familiarizzare con la grafia comune e, quindi, poter pronunciare con semplicità il nostro idioma. Un sistema unico ed uniforme di scrittura che si avvicina di molto all’alfabeto italiano adoperando già tutti quei fonemi e fenomeni d’ortografia concordati e confermati dai più, e inserendo altre norme già discusse, ampliate, risolte e diffuse dalle due associazioni: «Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi» e «Centro Studi “Don Dialetto”».

La vocale (e) ha una funzione importante nell’idioma barese. La (e) si pronuncia nei seguenti casi:


  • a) Quando cade su di essa l’accento principale della parola. Esempio: tèrre (terra); bellèzze (bellezza); dialètte (dialetto); ndeghelètte (leccornìa).

  • b) Quando è termine di parola accentata. Es. sapè (sapere); percè (perché); Taratè e Trattè (Dorotea).

  • c) Quando è lettera iniziale di parola: Es. egghie (olio); ecchie (occhio); ere (aia). Però è accentata, quando è preceduta da un articolo o da un’altra vocale. Es. u-ègghie (l’olio); iègghie (olio); l’ècchie (gli occhi); n’ècchie (un occhio); m-mènz’a l’ère de Carvenàre (nella grande piazza di Carbonara dove una volta era l’aia per trebbiare il grano). Spesso la “e” iniziale che fa sillaba atona si elide o si muta nella vocale “a”: Mìglie (Emilio; si scrive anche Emìglie); ducazziòne (educazione); Arrìche (Enrico); vangèlìste (evangelista); arròre (errore); asàtte (esatto, giusto).

  • d) Quando è la terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere “è” (si scrive anche “iè” con la vocale (i) prostetica - aggiunta di una vocale all’inizio di una parola; vocale protetica -). Esempio di “è” e di “iè”:
    Munne è state, munne iè e mmunne av’a ièsse (Mondo è stato, mondo è, e mondo sarà); Iè o non è? Iè! (È o non è? È!).

  • e) Quando è congiunzione. Esempio: Iàcque e ssole (Acqua e sole).

Tutte le altre (e) non accentate che fanno parte di un vocabolo o nome proprio hanno un suono indistinto, semimute come la “e” muta francese e non può essere eliminata perché rende sonora e vocalizza la consonante cui è connessa, perciò è necessario all’elisione e alla contrazione di altre vocali come per esempio nella seguente parola: rennenèdde (rondinella).

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La sua omissione, sia interna o a fine del vocabolo, comporterebbero una grafia illeggibile come i seguenti casi: rennenèdde “rnnnèdd” (rondinella); fremmenànde “frmmnànd” (fiammifero); Petresenèlle “Ptrsnèll” (Petrosinella).
Parimenti se la “e” semimuta è sostituita con un apostrofo (’) come in alcuni testi che hanno trattato il vernacolo e, soprattutto, nelle pubblicazioni di poesie dove la grafia è un vero guazzabuglio: r’nn’nèdd’; fr’mm’nànd’; P’tr’s’nèll’; la lettura diventa veramente ostica.
Uniche eccezioni dove non è inserita la (e) finale semimuta, è nelle parole straniere e in laps (matita); appìzza laps (temperamatite).
La regola è la seguente: si deve sempre tener conto che la “e” semimuta è pur sempre un suono, benché poco distinto, quindi è obbligatorio scriverla sia nel corpo, sia a fine vocabolo.
Qualunque parola che pronunciamo, la voce posa su una vocale (accentata). L’accento può stare in fondo al vocabolo, nell’ultima sillaba ed è distinta come tronca: dà (là);
nù (noi); iè (è); Marì (Maria); acchiò (trovò); cafè (caffé). La parola di due sillabe, che porta l’accento sulla penultima si dice piana e come in italiano non si accenta salvo se non è scritta con la (e) tonica «è» e con le (i) accentati «ì», «ìi», «iì»: pane (pane); sale (sale, sali); frate (fratello); pèpe (pepe); bève (bere); sèmbe o sèmme (sempre); zìte (fidanzato, sposo); mìire (vino); iìdde (lui).
Se la parola piana è composta di più sillabe, in dialetto è obbligatorio accentare la penultima sillaba: canessciùte (conosciuto); giagànde (gigante); fercìne (forchetta); mammarànne (nonna); arrechessciùte (arricchito); vammàsce (bambagia).
L’accento, se cade sulla terzultima sillaba, è indicata come sdrucciola; nel dialetto barese le parole sdrucciole, oltre ai seguenti vocaboli: fèmmene (femmina); iòmmene (uomo), si trovano nei verbi di modo indicativo presente della 1ª e 3ª pers. pl., es. ièsseche (esco); ièssene (escono).
Modo indicativo imperfetto della 3ª pers. pl. es. cadèvene (cadevano).
Modo congiuntivo imperfetto della 1ª, 2ª e 3ª pers. pl., es. sapèsseme (sapessimo); sapìisseve (sapeste); sapèssere (sapessero); ecc.

Continua…

Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto” Bari

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Commenti inviati

Dove è reperibile la pubblicazione «La lèngua noste» (manuale pratico della lingua barese)?
Saluti
Antonio

Leggo sulla nota di cui sopra - Centro Studi "Don Dialetto" -. Probabilmente l'estensore che tenta di spiegare la grammatica del dialetto barese, dimostra di non conoscere quella italiana. Infatti, "don" è un titolo che spetta a sacerdoti, nobili o a persone di riguardo, che senso ha anteporlo a "dialetto" che è un sostantivo? Gradirei chiarimenti.
Franco De Pasquale

Risposta al signor Antonio Tributo (e-mail: 28-01-2006 ore 13:17)


Egregio Signor Antonio Tributo,

il mio manuale pratico della lingua barese “La lèngua noste” sarà pubblicato prossimamente.
Le assicuro che è un dattiloscritto completo, in formato ridotto, perché appunto è un manuale e che contiene, in maniera sistematica e succinta tutti i fonemi e i fenomeni della parlata barese.
Sempre a titolo informativo, il mio studio sull’ortografia e ortoepia barese, è utilizzato a scopi scolastici, sin da gennaio 2004 presentando le nozioni più fondamentali della grammatica barese essendo il manuale già divulgato nell’ambito didattico delle Università della Terza Età di Bari (“Puglieuropa”, “Libera Età Auser”) e nel mese prossimo lo presenterò in un’altra “Università Popolare Pugliese pe la Terza Libera Età”.

In nome della redazione “Modugno. it” e dal sottoscritto, le auguriamo il benvenuto e le inviamo i migliori saluti.

Gigi De Santis “Don Dialetto”.


Risposte ai lettori di “Modugno .it”

Risposta al signor Franco De Pasquale (e-mail: 30-01-2006 ore O7:50)


Egregio Signor Franco De Pasquale,

ha scritto bene “don”, oltre che spetta a sacerdoti o a persone di riguardo, è nobile.
È dall’aggettivo “nobile” che ho avuto la felice idea di intitolare i miei studi e ricerche sul Folclore e Dialetto Barese Centro Studi “Don Dialetto” dando nobiltà e rispetto alla lingua barese, scritta e parlata.
Mi si vuol contestare una mia coniazione che non è affatto sgrammaticata, perché se è vero che “don” è un sostantivo, non è altro che predicato d’onore che si antepone al nome (sostantivo).
Es. Don Rodrigo, Don Abbondio, Don Minzoni, Don Eustachio, Don Dialetto, ecc…
Signor De Pasquale, sincerità per sincerità, se conosce perfettamente la grammatica dialettale barese
possiamo colloquiare.
La mia collaborazione al presente portale è sola un approfondimento di studio esclusivamente del dialetto barese con tutti i suoi connessi.

In nome della redazione “Modugno. it” e dal sottoscritto, le auguriamo il benvenuto e le inviamo i migliori saluti.

Gigi De Santis “Don Dialetto”.

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