La mène, la mène (L’alluvione, l’alluvione)
[ Pubblicato Giovedì, 23 Febbraio 2006 - 7:32 ]Bari - La sera del sabato 22 e per tutta la metà giornata di domenica 23 ottobre 2005 piovve ininterrottamente nell’entroterra barese mettendo in serio pericolo la circolazione stradale sin dalle prime ore. L’abbondante pioggia si era trasformata in alluvione che in dialetto barese si trascrive: “la mène”. Il bilancio è stato disastroso: sette le persone morte, allagate e distrutte numerose case, ingenti danni a strade urbane e provinciali, ponti pericolanti, binari sospesi nel vuoto dove è rimasto in bilico l’Eurostar, miracolosamente salvato nel tratto di Acquaviva. Danni anche alle masserie, ville, depositi, intere campagne nelle zone di Santeramo in Colle, Cassano, Bitetto, Grumo, Acquaviva, Sannicandro, nelle ex frazioni di Bari: San Giorgio e Carbonara 2 con più precisione al quartiere Santa Rita nell’ex cava di Maso, completamente allagata.
La città di Bari, invece, è stata salvata per l’ennesima volta dal Canalone Lamasinata che sembrava un fiume, dove acqua e fango si erano riversati in mare. Il giorno dopo, per molti anziani baresi apprendendo la tragica notizia, non hanno dimenticato che prima della costruzione del canalone, il capoluogo pugliese, in diverse annate, è stato teatro di disavventure. Dal libro «Bari dei Fanali a Gas» dello storico e demologo Alfredo Giovine pubblicato da Edizioni F.lli Laterza, Bari 1982, presento una delle pagine più drammatiche della storia cittadina.
Le alluvioni a Bari
Il 23 febbraio 1905 Bari venne colpita da una delle più rovinose catastrofi della sua storia. Dalla mezzanotte del giorno prima cominciò a cadere sulle Murge, su Bari e località vicine un inconsueto diluvio che durò fino a mezzogiorno del dì seguente. Qualche ora dopo da Via Manzoni, Sagarriga Visconti, Quintino Sella si videro persone come schizzare fuori dalle proprie case e, terrorizzate, correre all’impazzata per mettersi in salvo da una fiumana d’acqua che allagando i bassi, i portoni, i giardini aumentava di volume e altezza a vista d’occhio, recando nel suo passaggio devastazione e morte. Animali che si dibattevano, mobili, suppellettili, tronchi d’albero, persone che annaspavano, venivano trascinati furiosamente dalla corrente impetuosa nella sua corsa verso il mare. Il pauroso grido d’aiuto partiva dai fuggitivi, dai balconi, dalle terrazze: “La mène, la mène”: l’alluvione, l’alluvione. L’apocalittica massa d’acqua stava invadendo quello che era sempre stato il suo naturale alveo di scorrimento. Dove una volta erano campi erano sorti con incredibile imprudenza e imperdonabile superficialità, case, officine, stalle, opifici, stabilimenti, che andarono quasi tutti distrutti, mentre i morti e i feriti furono numerosissimi. La gara di solidarietà per gli aiuti agli alluvionati da parte dei pochi baresi salvatisi dalla catastrofe fu commovente ma insufficiente. Il 3 e il 27 settembre 1915 vi furono altre alluvioni, ma meno gravi di quella del 23 febbraio 1905. Il 6 novembre 1926 ancora una funesta ed apocalittica valanga d’acqua si abbatté sulla città.
Per essersi maggiormente esteso su altra parte di letti di vecchi torrenti, l’abitato riportò danni considerevoli a persone e a cose, anche se non si toccarono i vertici raggiunti dalla catastrofica calamità precedente. I lavori occorrenti, attuati in modo insufficiente dal 1905, furono oggetto, dopo il 1926 e per circa un lustro, di consistenti miglioramenti. Perciò da oltre 50 anni il “canalone della Masinata” ha fatto dimenticare ai baresi un pericolosissimo nemico, oggi tenuto a bada da opere che andavano realizzate prima del 1800, se ci rendiamo conto che il “27 settembre 1827 a Bari ci fu un grave sinistro alluvionale” come riportano le cronache del tempo. Il 1905 la fiorente nuova Bari, pugnalata alla schiena da sì spietata sventura, da infaticabile e ricco formicaio piombò nella più squallida miseria. Superati i primi momenti di smarrimento, con coraggio virile e indomita volontà riprese la corsa spedita verso il posto che le compete in una società libera, civile e progredita.
Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto” - Bari


