Bari: dalla nascita del castello normanno alla distruzione della città
[ Pubblicato Martedì, 23 Dicembre 2008 - 7:01 ]
Bari - Si è volto il 17 dicembre presso la biblioteca della fondazione”G. Ricchetti” il quarto incontro dei Mercoledì con la Storia. Protagonista della conversazione, tenuta dal direttore del Centro Studi normanno-svevi e docente di Storia medievale Raffaele Licinio, è stato il castello di Bari, quel castello che noi baresi tanto amiamo chiamare “svevo”, in onore di Federico II, ma che in realtà ha una fondazione normanna da parte del nonno materno dello Svevo. Occorre sottolineare come la stampa quotidiana cittadina abbia dato ampio spazio alla presentazione dell’evento essendo l’argomento di vasto interesse per il pubblico.
Il castello di Bari è detto impropriamente svevo a ricordo di interventi di ampliamento da parte di Federico II, ma anche altri, nel corso del tempo, hanno posto mano al castello. Lo si dovrebbe definire normanno-svevo-angioino-aragonale-sforzesco, a voler essere rigorosi, o quanto meno, normanno-sforzesco. Notizie sulla fondazione del castrum barese sono fornite da Alessandro di Telese, abate benedettino che scrisse una storia di Ruggero II, primo re di Sicilia nel 1130. Abbiamo tre domande sul castello alle quali Licinio ha dato una risposta: Quando fu costruito? Perché fu costruito? Che rapporto aveva con altre opere di fortificazione presenti in città?
L’anno di costruzione del castello è il 1132, quando Ruggero II pose fine al principato di Grimoaldo Alferanite (1117-1131) che finì deportato in catene in Sicilia dopo essere stato consegnato al re normanno da una fazione di baresi in cambio di alcune promesse. Grimoaldo è un personaggio importante nella storia di Bari in quanto ha lasciato una traccia nello sviluppo dell’identità barese. Nel IX secolo Bari non ha una propria identità: è definita come facente parte del gastaldato di Canosa agli inizi dell’800, nella seconda metà di questo secolo lo scrittore musulmano Al Baladuri dice che la popolazione è cristiana quando dal 847 al 871 Bari è sede di un emiro, nello stesso periodo il monaco Bernardo, di passaggio per la Terra Santa, la definisce sarracenorum. Come si vede Bari aveva tante identità e quindi nessuna, capitale della Longobardia e metropoli dei rum bizantini. L’identità barese si forma nel 1087 con l’arrivo in città delle reliquie di S. Nicola e grazie a quello straordinario personaggio che fu l’abate Elia, artefice dell’identificazione tra Bari e S. Nicola. In una città divisa in filo-normanni e filo-bizantini pronti a farsi la guerra, Elia si pose come garante del patto sociale tra le diverse anime baresi. Fu un abile monaco lungimirante e gestì tutta la vicenda delle reliquie, che avrebbero potuto portare alla vittoria una fazione sulle altre, riuscendo ad farne un elemento unificante e di identità della città di Bari. All’elemento orientale, rappresentato da S. Nicola, fece da contraltare la scoperta delle reliquie di S. Sabino, elemento latino. Tornando a Grimoaldo, egli si proclamò principe dei baresi e di S. Nicola e fu il primo a utilizzare la nuova identità della città.
Alessandro di Telese, nel proemio della sua opera, suggeriva a Ruggero II come amministrare il regno: per coniugare giustizia e pace occorreva costruire castelli e opere di fortificazione. E Ruggero II così fece e realizzò una rete di castelli (acquistati, conquistati o edificati) nei punti strategici del regno. Veniamo quindi alle altre due domande: perché fu costruito il castello e quale rapporto aveva con altre opere di fortificazione esistenti in città. Prima della castello di Ruggero II a Bari c’erano altre opere di fortificazione, a parte le torri e le mura, che potessero definirsi castrum? Nel 1071 Roberto il Guiscardo, dopo aver conquistato la città, fece costruire una torre in pietra vicino alle mura, ma il baresi la buttarono giù; la stessa cosa accadde per il palatium (residenza fortificata) che Boemondo edificò intus civitate. Per i baresi le fortificazioni normanne erano viste come segno evidente del dominio esterno. Ruggero II fece costruire il castello non per motivo di difesa, ma per controllare la città e governare contro i baresi, e per questo, lo fece edificare semotum ad urbe, lontano dalla città, in periferia. Come detto in precedenza, il re normanno, in cambio dell’aiuto ricevuto da una fazione barese per catturare Grimoaldo fece delle concessioni il 22 giugno 1032, giurando che non si sarebbe intromesso nelle vicende ecclesiastiche, che avrebbe rispettato le consuetudini barese, alla sua morte avrebbe lasciato Bari a suo figlio e soprattutto che non avrebbe costruito un castello. Questa la lettura che da il medievista Houben delle clausole. Tuttavia ad un’attenta lettura del documento Licinio fa emergere che trattasi di un castellum aliud, ossia Ruggero II si impegnato a non costruire un altro castello. Quindi a Bari all’epoca esisteva giù un castellum, da intendersi come opera di fortificazione? Non potendo trattarsi della residenza fortificata di Boemondo, oramai della quale non vi sono più notizia, vi sono due strutture fortificate documentate, che in realtà si sovrappongono: il palazzo del Catapano, il kastron bizantino fatto ristrutturare da Basilio Mesardonide, e la cittadella nicolaiana definita come castellum in alcune fonti. Ruggero II, però, non rispetto l’impegno preso con i baresi e iniziò a far costruire il castello, non da manodopera locale, ma da una guarnigione di saraceni. E fu proprio questa guarnigione, malvista dai baresi, in uno scontro ad uccidere il figlio di un nobile della città e di fronte al malcontento scatenatosi Ruggero II nel 1133 fece sospendere i lavori. Una volta calmatesi le acque la costruzione riprese e nel 1137 il castello era completato e visto negativamente, come elemento di oppressione normanna, da larga parte dei baresi, i quali, durante la discesa in Italia dell’imperatore Lotario, a cui spalancano le porte della città, conquistarono il castello e lo distrussero (da intendersi nelle strutture principali). Quando le truppe imperiali lasciarono Bari, gli eserciti normanni vi tornarono e ripresero possesso del castello che fu riparato, mentre i baresi furono puniti da Ruggero II. Un altro tentativo di distruzione del castello si ebbe nel 1156, quando i bizantini guidati da Michele Paleologo cercarono di riconquistare quella che era stata la capitale delle loro colonie occidentali sino al 1071. Anche in questa circostanza i baresi spalancarono le porte all’esercito imperiale. I bizantini sarebbero voluti entrare nel castello con la corruzione della guarnigione, ma i baresi si opposero e lo diruparono, distruggendo le parti essenziali (le torri e il luogo erano acquartierati i soldati). È la palese dimostrazione di come il castello, in epoca medievale, non faccia parte dell’identità della città, anzi è visto come qualcosa di alieno e, alla prima occasione utile, da abbattere. Le vicende si svolsero sfavorevolmente ai bizantini e i normanni, con il nuovo re Guglielmo I detto il Malo, tornarono a Bari. Stando alla cronaca di Ugo Falcando, re Guglielmo chiamò i maggiorenti baresi nel suo accampamento e li accusò di aver distrutto la sua domus (il castello), promise che non avrebbe risparmiato le loro case, concedendo tre giorni di tempo per evacuare la città. I baresi si riversarono nei territori circostanti: si ebbe la nascita di nuovi insediamenti come Cellamare o l’incremento demografico di altri come Bitonto o Modugno. Guglielmo fece distruggere Bari, tuttavia questo è un luogo comune. La città non fu completamente rasa al suolo, ma fu semi-diruta, con la distruzione dei centri nevralgici e risparmiando la Basilica di S. Nicola, oramai segno dell’identità di Bari. Un’ulteriore conferma viene dalla testimonianza di Beniamino di Tudela, viaggiatore e scrittore ebreo-spagnolo, il quale nel 1159 passando dalla nostra città, annota di essere passato non da Bari, ma da Colo di Bari, ossia da S. Nicola di Bari. La realizzazione dell’identità di Bari basso medievale era oramai compiuta.
Dall’analisi storica emerge chiaramente come nel Medioevo il castello non fu mai dei baresi che lo videro sempre ostilmente come la domus del re, segno di dominio sulla città. Il castello è diventato parte dell’identità barese solo nel Cinquecento con Bona Sforza che vi impiantò la corte e cessò di essere visto come segno di ostilità, ma come residenza della propria duchessa.
Vito Ricci


